una gita in famiglia

Durante le ore di punta ovviamente non è possibile prendere i treni con i bambini, ma se si viaggia un po’ più tardi allora va bene. Il nostro bimbo ha appena 2 mesi di vita, dorme profondamente per tutta la durata del tragitto. A quanto pare il battito del mio cuore è la migliore ninna nanna. Abitiamo a Chiba, lì rispetto a Tokyo la vita da famiglia si riesce a viverla in modo più rilassato. Ma oggi siamo venuti qui a Tokyo per visitare lo zoo di Uneo. Il nostro piccolo più di tutto smania di vedere i panda e gli elefanti.

Irasshaimase! Acquistare generi alimentari in Giappone

Andare a fare la spesa alimentare può essere uno dei fastidiosi doveri di tutti i giorni ma allo stesso tempo è anche una magnifica opportunità per conoscere la maniera di vivere e la mentalità della gente del posto. Ciò in Giappone inizia già prima ancora di entrare in un negozio; poiché non appena si oltrepassa la soglia della porta di ingresso vi danno immediatamente il benvenuto con un echeggiante “Irasshaimase!”. Ma non finisce qui. Mentre nei supermercati in Germania si può vagare indisturbati fra le corsie alla ricerca dei prodotti necessari per portare a termine la propria spesa, qui in Giappone il personale del supermercato si comporta come rilevatori di movimento. Persino quando sono impegnati a disporre prodotti negli appositi scaffali esclamano in modo coscienzioso “Irasshaimase” non appena ci si approssima a loro un pochettino. Per di più, e ciò riguarda anche il resto delle loro frasi di cortesia da repertorio, sono soliti a prolungare le vocali finali in tal modo che sembra trovarcisi in mezzo ai ciarlatani di un mercato ortofruttifolo orientale: „Irasshaimaseeeeee“, „Arigatou gozaimaaaaaaasu“. Prego entrate, benvenuti in Giappone!

Cestino rosso prima di pagare – Cestino verde dopo aver pagato

 

Dall’onnipresente „Irasshaimase!“ si lasciano ravvisare due particolarità giapponesi: la standardizzazione delle procedure e la straordinaria mentalità di servizio. Così come l’esclamazione “Irasshaimase!” per molti commessi a mala pena non è che un riflesso privo di significato (Poverini, se si considera che questa frase devono dirla e ridirla centinaia di volte al giorno), alla stessa maniera seguono altrimenti sempre la stessa routine. Guai se ci si azzarda a consegnare i soldi direttamente nelle mani del cassiere come si suol fare dalle nostre parti, al posto di deporli nell’apposito piattino o se si rimuove la spesa dal cestino e la si dispone direttamente alla cassa, invece di, come è consueto qui, lasciarla nel cestino. Quando, ancora incosapevoli di questo loro modo di fare, fecimo come di solito siamo abituati a fare dalle nostre parti, il cassiere effettivamente si prese la briga di ridisporre la nostra spesa nuovamente nel cestino solo per poi rimuoverla e passarla sullo scanner. Qui in Giappone le regole sono appunto regole. (O fu inteso solo come una sorta di provvedimento disciplinare verso di noi?). In Germania il processo di pagamento si svolge di solito nella seguente maniera: Si dispone la propia spesa sul nastro trasportatore, il cassiere scannerizza i singoli prodotti e nel frattempo in fretta e in furia l’acquirente bisogna dimenarsi a mettere la spesa nelle buste mentre la spesa del prossimo cliente  si approssima rotolando. Se non si è veloce abbastanza si rischia di causare ingorgo. Nella maggior parte dei supermercati in Giappone ciò non succede. Qui si depone semplicemente il cestino pieno di spesa alla cassa e si attende che il cassiere rimuove i prodotti, uno dopo l’altro dal cestino rosso, li passa sotto lo scanner per poi riporli questa volta nel cestino verde. Con questo cestino verde il cliente si dirige nell’apposita zona di impacchettamento, ove in tutta calma può sistemare la spesa nelle buste e/o borse. Per il cassiere ciò d’altronde significa dover restare tutto il tempo in piedi durante le sue mansioni. A quanto pare la comodità degli impiegati di lavoro qui in Giappone conta meno che l’obiettivo di sbrigare senza difficoltà il più clienti possibili e nel più breve tempo. In effetti qui al cliente raramente gli tocca attendere tanto alla cassa. Nella maniera più tipicamente giapponese questo sistema è organizzato al massimo in tutti i dettagli: Spesso i cestini a disposizione per effettuare la spesa sono di un colore diverso da quelli nei quali la spesa viene posta dal cassiere dopo aver pagato. I carrelli della spesa sono concepiti in maniera che li si possono utilizzare solo assieme agli appositi cestini, in modo che nessun cliente arrivi alla cassa senza l’opportuno cestino. Procurarsi qualcosa da mettere sotto i denti non può essere in nessun altro luogo così comodo come lo è qui a Tokyo – se non si tiene conto degli incredibili prezzi della frutta. Quando la fame preme, quasi in ogni supermercato vi è  un grande reparto ove si possono trovare deliziosi e freschi snacks come per esempio frittelle di pesce, le quali li si può facilmente riscaldare con il microonde messo a disposizione in ogni supermercato.  Ancor più comodo può essere comprare qualcosa da mangiare in uno degli innumerevoli combini sparsi ovunque. Persino nelle zone più remote della città si trovano ad ogni angolo delle strade queste moderne versioni giapponesei dei negozietti alimentari – e la maggior parte di questi sono aperti 24 ore su 24.  Acqua, limonata, tè e caffè li si possono comunque acquistare comodamente e facilmente presso uno dei tanti distributori automatici, che non si trovano mai piú distanti di un paio di passi da ovunque ci si trova. Nel mio primo articolo descrissi Tokyo come una macchina ben oleata, una qualità che si rivela anche quando si tratta di fare la spesa. Qui a Tokyo tutto è inteso a provverdere sempre nella maniera più effettiva possibile per questa densissima popolazione di milioni di persone.

Snack freschi al supermercato

Anche nei combini i commessi ti gridano dietro il loro ormai automatizzato “Irasshaimaseeeee”, al quale solo di rado ricevono una risposta. Per me è strano non rispondere ad una qualsivolgia forma di saluto. Con ciò viene accentuato ancor più il ruolo di prestazione di servizio del commesso. Anche a Berlino i commessi idealmente dovrebbero comportarsi disponibili e cortesi verso la clientela, ma ciò non significa che per questo debbano crearsi una seconda personalità. Se un cliente ha una domanda, ovviamente si impegnano ad aiutarti, visto che del resto questo fa parte del loro lavoro da commesso, ma rimangono comunque di solito rilassati e soprattutto se stessi, come se stessero aiutando o rispondendo ad una domanda di un loro conoscente. In Giappone invece i commessi irrompono in un azionismo talvolta febbrile ogni qualvolta un cliente gli domanda qualcosa e mettono in moto l’intero negozio, curandosi anche di mostrare verbosamente la loro premura o dispacere. Sicuramente ciò è dovuto da un lato anche al fatto che ci tengono ad apparire a noi stranieri particolarme ospitali e d’all’altro poiché già al solo pensiero che molto probabilmente gli rivolgeremo la parola in inglese ciò li fa andare in panico, considerando la loro scarsa – spesso nulla – conoscenza dell’inglese.

Comunque, a parte il fattore-Gaijin, qui in Giapponie il personale di qualsiasi servizio si comporta in maniera particolarmente riverente verso la clientela. Una volta il personale addetto alla compagnia elettrica quando venne a controllare il quadro dei fusibili, tanto continuava a scusarsi in maniera espressiva per il disturbo causatoci, che quasi avvertii il bisogno di consolarlo. Che contrasto, quando penso a Berlino, dove al contrario malcuranti ti entrano in casa e ti camminano sul tappeto senza nemmeno togliersi le scarpe, come se fosse la cosa più ovvia, mentre continuano a squarciagola la loro conversazione sul telefono mobile.

Lo sforzo del commesso giapponese lo si nota spesso in dettaglio. Una volta mister Calabria ed io eravamo in un negozio di chitarre e stavamo parlando mentre attendavamo che il commesso preparasse il documento di acquisto Tax Free. A tal proposito ovviamente necessitò del cartellino del prezzo che era attaccato alla chitarra, la quale ora si trovava vicino a noi. Allora, venne camminando quasi in ginocchio, “gattonando” cautamente e rimosse il cartellino del prezzo, pressappoco come in moviola, con il braccio disteso al massimo mantenendosi il più lontano possibile da noi. Tutto ciò solamente per non interroppere o intrudersi nella nostra conversazione.  Quando invece l’ultima volta sono stata in banca a Berlino d’un tratto l’addetto iniziò a inveire ad alta voce contro se stesso: “Di nuovo ho sbagliato a digitare! Porca miseria, non è possibile!! Ma sono rincoglionito oggi?” Una scena del genere in Giappone non sarabbe per nulla immaginabile, poiché qui chi lavora per il servizio clientela non deve in nessun caso uscire dal ruolo. In Germania non è per nulla insolito che talvolta il cliente o il cassiere fanno uno scherzo o si scambiano un commento zotico. In Giappone finora non mi è mai capitato di assistere ad una cosa del genere. Qui so già esattamente in anticipo cosa dirà il commesso, dato che dopo tutto si tratta sempre della stessa canzone. Probabilmente la lingua giapponese contribuisce a questa mentalità di servizio. Dato il fatto che il giapponese contiene una propria forma di linguaggio cortese costituito da apposite forme verbali, prefissi e suffissi, con ciò la differenza fra l’io pubblico e l’io privato è ancor più accentuata. Il linguaggio di cortesia è similie ad un costume che l’attore indossa per entrare nel suo ruolo – il ruolo di chi lavora nel settore di servizio clientela.

Quanto liberi ci si deve sentire quando si stacca dal lavoro e finalmente si può uscire da questo ruolo? Ciò che si può osservare quando si va a fare la spesa in un certo modo si può trasferirlo alla società giapponese in generale.

Generalmente sembra che in Giappone ci si attiene molto volentieri alle regole e alle routine. Fare le cose nelle stessa maniera in cui tutti gli altri usano fare e così come si è sempre fatto infonde ai giapponesi un senso di sicurezza. E anche quando non lavorano proprio nel settore di servizio clientela, il più delle volte si mostrano in pubblico come modello perfetto di cortesia e disponibilità, mentre con molta riluttanza lasciano trapelare la loro personalità o opinione. Qualsiasi forma di attrito va evitata a tutti i costi. È proprio che questo che il Giappone funziona e fila liscio come l’olio – nel positivo come nel negativo.

Quali sono le vostre esperienze nel fare compere in Giappone? Cosa trovate meglio in Italia, cosa trovate più difficle o bizzarro? Lasciate un commento!

tradotto da Domenico Stepbystepsalsa

 

un Cristiano in Giappone

La chiesa fu fondata dai miei nonni. Agli inizi non fu cosa semplice per loro, visto che in Giappone vi sono poche persone di religione cristiana. La maggior parte della gente qui non è religiosa. Molti vanno al tempio o al reliquiario, ma ciò è tutto. Per me la fede è tutto. E con ciò anche la musica. Mia madre suona l’organo nella nostra chiesa. In passato avevamo anche una scuola di lingue, poiché le lingue uniscono la gente. Purtroppo a causa del fatto che oramai oggigiorno molti offrono lezioni di lingue via internet, siamo stati costretti a chiudere la nostra scuola per mancanaza di profitto.

 

Tradotto da Domenico Stepbystepsalsa

il filosofo del bosco

Il mio nome significa “filosofo” e il mio cognome significa “bosco”. Si potrebbe così dire che io sono il filosofo del bosco. Vado al reliquiario quando capita o quando sento di volervo fare.
Noi seguaci dello shintoismo crediamo che in ogni cosa vive un Dio, persino negli alberin e nelle roccie qui intorno. Ogni qualvolta mi reco al reliquiario mi sento vicino ai miei antenati.

 

Tradotto da Domenico Stepbystepsalsa

 

scoprire Tokyo – parte 3: la gente

La gente

Come si può mettere in discussione la propria certezza confrontandosi con altri modi di pensare e di comportarsi? La maniera in cui pensiamo, ci sentiamo, lavoriamo, gustiamo e interagiamo con gli altri  non è per niente naturale bensì dipende in parte dalla cultura nella quale cresciamo. Allora, in cosa differisce la gente del Giappone da quella della Germania? Ovviamente da turista e per di più in soli sei giorni di soggiorno potei rispondere a questa domanda solo molto superficialmente. E nemmeno questa è cosa semplice, se non capisci e parli il giapponese, visto che con l’inglese comunque non arrivi poi molto lontano. Se approcci qualcuno in inglese, nella maggior parte dei casi riscuoti un chiaro raccapriccio. In tali situationi puoi assistere a come la persona approcciata in preda al panico spalanca gli occhi e subito dopo incrocia le braccia davanti alla faccia. Ciò dovrebbe significare semplicemente “Non parlo inglese”. Ma personalmente avvertivo questo gesto sempre in maniera alquanto aggressiva e non affabile – cosa che non va tanto a genio con la maniera cortese giapponese. I gesti per l’appunto non sono poi così universali come si pensa. Francamente mi dispiaceva porre la gente in tali situazioni. Una volta entrammo in un negozio di cellulari perché volevamo chiedere informazioni sulle carte sim. D’un tratto tutto il personale sembrava fingesse di essere molto indaffarato e sperare che noi così rinunciassimo e abbandonassimo il negozio. Dopo circa venti minuti anche a loro dovrà essere parso che non potevano ignorarci all’infinito e non appena aprimmo bocca subito due di loro sparirono in una stanza attigua e ci lasciarono attendere per altri dieci minuti fino a che tornarono con un computer Tablet in mano sul quale schermo apparentemente un apposito software di traduzione automatico fece comparire tali parole: “Not speak English”.

Naturalmente vi sono anche eccezioni, difatti più volte ebbimo la fortuna di parlare con giapponesi. Una signora ci mostrò addirittura la sua abitazione. Questa era connessa ad un tempio dato che suo marito era un monaco. La sua abitazione era arredata in una maniera straordinariamente tipica giapponese, il pavimento rivestito con stuoia tatami, e calligrafia artistica di suo marito alle pareti. Nel salotto tuttavia la comodità sembrava aver trionfato sulla tradizione. Qui difatti la signora aveva posto un divano di stile italiano, dal momento che alla sua eta le diventò troppo spossante sedere per terra secondo l’usanza giapponese.

Attraverso i problemi di lingua persino le cose di tutti i giorni divengono una sfida. La prima di questa ci stava già attendendo non appena, stanchi da un lungo volo e dopo aver dovuto prendere la metro tokyana, ci accorsimo di aver per sbaglio mancato la nostra stazione e proseguito una in più. Parlando “con le mani e i piedi” riuscimmo in qualche modo a persuadere il personale della metropolitana ad alzare la transenna e farci così passare alla banchina della direzione opposta, senza così dover ricomprare un biglietto. Ci imbattemmo nel  prossimo grado di difficoltà alcuni giorni più tardi quando dal biglietto di mister Calabria fu detratta una somma superiore del dovuto poiché egli evidentemente presso una delle tante transenne della metropolitana non effetuò il check-in correttamente. Ora, prova a spiegare ciò con le mani! Non so come ci siamo riusciti. In Giappone ti senti veramente straniero. Già per via del nostro aspetto spicchiamo estranei dal resto della gente. Persino nella metropoli tokyana gli stranieri si possono contare sulle dita delle mani. Dio che contrasto, se si pensa che a Londra in ogni ogni vagone della metropolitana si incotra gente di tutte le origini e colori, e dove persino con un inglese carente si viene trattato come un londinese.   Per stranieri che decidono di voler vivere in Giappone sicuramente non è cosa semplice riuscire a prendere piede nella società giapponese. La gente è gentile con visitatori ma tutelano sempre la loro distanza. Una volta mister Calabria nella città di Kamakura approcciò un insegnante che era appena uscito da scuola. Subito vennero due dozzine di scolaresse dodicenni e spalancarono occhi e la bocca. Senze curarsi di celare minimamente il loro essere sorprese formarono un grappolo attorno a mister Calabria e al loro insegnante, bisbigliando e ridacchiando dietro le mani che gli coprivano la bocca. Dovrà essergli sembrato un evento entusiasmante vedere che il loro insegnante parlava realmente con uno STRANIERO (Per di più con uno con tali bei riccioli).

lost in translation?

 

Se c’è qualcosa per cui la cultura giapponese è famosa, allora questo sicuramente sono le loro forme complesse di convenevoli. Fortunatamente da straniera potetti aspettarmi una buona porzione di clemenza. Con un piccolo inchino qua e là ci se la cava abbastanza bene. Per me questa cultura dell’inchino è proprio quello che ci vuole. Fondamentalmente mi mette a disagio ogni qualvolta mi tocca rivolgere la parola a qualcuno o – Dio ce ne liberi! –  quando dovessi arrecare persino il più minimo fastidio. In tali occasioni possibilmente mi verrebbe di scusarmi venti volte per la mia esistenza. In Giappone ciò posso in un certo senso farlo –  per mezzo di un paio di inchini. Certamente da giapponese si dovrebbe inoltre, in ogni situazione di conversazione, stimare per così dire lo status dell’interlocutore e in base a questo fare attenzione a scegliere e adottare solo le giuste parole e forme di cortesia, in modo da non commettere gaffe imbarazzanti.  Mi domando come ci si deve sentire a vivere in una tale cultura. In ogni caso, quando vai a fare la spesa, tutto il personale si mente a tua disposizione in una maniera zelante. Quando gli chiedi una cosa, mettono in moto mezzo mondo e mostrano la loro servilitá in ogni loro gesto. Come cliente ti senti davvero come un re. È quasi imbarazzante per me.

Senza alcun dubbio ci si sente molto sicuri in Tokyo, visto che la maggioranza delle persone attribuische molta importanza ad un comportamento corretto. Ma spesso a causa di ciò sono tremendamente inflessibili e complicati. Quando hai un problema a Berlino, o incappi uno stronzo che ti rimbrotta pure o una brava persona che forse ti aiuta più del necessario. A Londra una volta uno sgarbato autista d’autobus ci lasciò in mezzo a chissà dove perché ci fu un problema con la nostra carta. Invece un’altra volta un personale della metropolitana sorridente e ammiccante ci fece passare senza biglietto. In Giappone invece a stento ci si accorge se la persona con la quale si ha a che fare che ti sta davanti è uno stronzo oppure un filantropo giacchè da fuori tutti portano la medesima maschera della cortesia. La maschera ammansisce  la rudezza e cattiveria della persona però allo stesso tempo lascia poco spazio per cordialità e spirito di iniziativa. Mentre da noi ognuno sente il bisogno di distinguersi e mostrare la propria originalità, qui non è una cosa ben vista staccarsi dal consueto modello. Ciò lo potemmo osservare magnificamente quando mister Calabria si concesse uno scherzo con alcuni  impiegati della metropolitana che avevano il compito di indicare il percorso attorno al cantiere. Questi lavoratori, posti l’un l’altro a due  metri di distanza, erano tenuti ad indicare con l’ausilio di barrette luminose la direzione, nonostante il percorso fosse comuque già inequivocabilmente indicato con una segnaletica chiara per mezzo di gigantesche frecce presenti sia sul pavimento che sulle pareti. Mister Calabria instaurando di volta in volta contatto visivo con uno del personale indicò la direzione più errata immaginabile e domandò conferma con lo sguardo: “Allora, per di qua, si?”. In Germania a tale scherzo il personale avrebbe o riso o, innervosito,  avrebbero alzato gli occhi al cielo. In Tokyo invece 4 su 5 presero mister Calabria sul serio e subito in maniera molto solerte indicarono la giusta direzione.

Una cosa che trovai un po’ angosciosa in Giappone fu quel loro bizzarro ideale di grazia. La maggior parte delle donne che compaiono nella pubblicità e in televisione vengono esibite come delle bambinelle. Fra le ragazze le cabine fotografiche con la “funzione di abbellimento” sono molto popolari. Questa funzione automaticamente sulle foto ingradisce gli occhi, sminuisce le guance e ammorbidisce la pelle. In modo da accordarsi con quel tipico modello a foggia infantile di cui parlai precedentemente. Idelamente le donne devono apparire il più carine e innocenti possibile. Un’esemplificazione di ciò al suo estremo sono le cameriere del Maid Cafés in Akihabara, le quali nei loro uniformi sexi da domestiche devono venerare i clienti. Allo stesso tempo molte ragazze indossano le gonnelline della loro uniforme scolastica nella maniera più corta possibile. L’infantilizzazione della donna combinata alla sessualizzazione delle ragazze mi lascia una nausea allo stomaco.

Clicca qui per parte 1 e parte 2

Tradotto da Domenico Stepbystepsalsa

 

scoprire Tokyo – parte 2: folla e idillio

Il volto della città

Distributori di involucri per ombrelli posti all’ingresso dei supermercati! Accipicchia questi giapponesi pensano veramente proprio a tutto. Il proprio ombrello bagnato lo si infila da sopra nel sottile involucro di plastica già pronto e riservato e lo si risfila poi lateralemnte assieme all’involucro stesso, ed ecco che già un nuovo involucro per il prossimo cliente viene aperto. Con questo “profilattico” per ombrelli si può fare la spesa tranquill senza gocciolare il pamivento del supermecato.  Ma questo sistema sembra funzioni così bene solo perchè a quanto pare qui tutti hanno il medesimo modello di ombrello. Con un ombrello tascabile a Tokyo sarebbe più problematico. Per l’ingresso dell’università si è escogitata una soluzione ecologica: qui puoi asciugare il tuo ombrello facendolo passare attraverso due appositi cuscinetti adiacenti.

Secondo me è proprio scoprire tali piccolezze ciò che rende il viaggiare entusiasmante. Di norma ciò che ci colpisce subito sono le cose che differiscono da quelle delle nostre parti –  anche se queste cose in realtà per le persone del luogo sono le più ovvie e normali di questo mondo. Vicevesa, si riesce anche a riconoscere le particolarità delle cose dei nostril luoghi una volta osservate con gli occhi dello straniero. Se mi meraviglia il fatto che a Tokyo mi si viene chiesto se il caffè lo voglio caldo o freddo (no, non era estate) allora ciò dice altrettanto molto sulla mia cultura ( nella quale normalmente il caffè lo si viene servito caldo) di quanto ne possa dire su quella di Tokyo. Pratici come usualmente i giapponesei sono, apposite bustine di sciroppo , anziché zucchero, sono lì pronte all’uso per il tuo caffè. Il mio sguardo verso Tokyo e tutto ciò che scrivo qui è condizionato dalla mia ridotta conoscenza del mondo. Inciampando in queste piccolezze e scrivendole ora qui, voglio ampliare il mio sapere del mondo.

Già dal primo giorno Tokyo con la sua incredibile ampiezza mi ha ha lasciato senza fiato. L’intera regione metropolitana ha 37 milioni di abitanti. Ciò lo si nota già quando da uno dei tanti grattacieli si lancia uno sguardo alla città.  Ma questa città è così imponente non solo per quanto riguarda  la superficie bensì anche per l’altezza dei suoi numerosi grattacieli. Tokyo è molto vitale a qualiasi ora del giorno o della notte. Le grandi strade del cuore della città sono una sgargiante esplosione di colori lampeggianti dei sensi. Da tutti gli angoli ciascun cartellone pubblicitario e dicitura tentano di sopraffare l’un l’altro con le loro grida colorate. È una questione di punti di vista se considerare Tokyo un inferno di stress e un’assoluta eccezione o piuttosto stimolante e vivace. In ogni caso il volto della città è un estremo contrasto con la maggior parte delle città d’Europa, dove la bellezza viene misurata negli edifici storici e le armoniose strade. Molti palazzi di Tokyo sarebbero brutti  e spogli senza quei cartelli e quelle luci colorate. In quanto a questo, la propaganda pubblicitaria allora cosituisce un punto di vantaggio.

Eppure Tokyo non è affatto solo una gigantopoli irrequieta. Al contrario: in almeno altrettanto numerosi piccoli luogi si trova addirittura la tipica pace da piccola cittadina. Per esempio la zona dove soggiornammo. Quando capita che un automobile percorre questa strada, lo fa a passo d’uomo dacché qui sono i passanti ad aver voce in capitolo. Si gironzola, si spinge la bicicletta, si guardano le esposizioi dei ristoranti. In Germania per aver ciò si sarebbe dovuta allestire un’apposita isola pedonale. In Giappone non è necessario. Qui si ha un reciproco riguardo fra gli utenti della strada. Più di tutto mi ha colpita la musica. È vero che qui vi sono grandi altoparlanti posti sulla strada che di sera suonano melodie pacifiche. Ma che tipo di cultura deve essere tale che attribuisce al sottofondo musicale notturno la stessa importanza dell’illuminazione stradale! Visto che non eravamo abituati che la nostra via per casa avesse una sorta di colonna sonora, quella stradina sembrava essere  un mondo idilliaco. Tali luoghi a Tokyo non sono per nulla un’eccezzione – anzi, al di fuori delle grandi strade affollate di negozi sono pittosto di regola. Calma e raccoglimento li si trovano anche nei numerosi templi della città –  sia nei grandi e famosi che in quei tanti piccoli che si scoprono per la città. Alcuni dei luoghi religiosi sono non più grandi di una pensilina dell’autobus collocati in mezzo agli altri piccoli negozi, dove si possono comprare spiedini di carne fragrante.

Nella stradina commerciale Yanaka Ginza si trova la diversità della metropoli con un fascino rilassante.

 

È questo contrasto che rende Tokyo così com’è: la Megacity,il  subbuglio e la stravaganza da un lato, e la vita da villaggio, l’idillio e la cura e l’amore per i dettagli dall’altra. Altre cose appartenenti alle cose ovvie di Tokyo sono i distributori automatici presenti ad ogni angolo della città. Qui si possono comprare bevande e spuntini. Convenientemente si può pagare con la stessa carta elettrocina con la quale nelle stazioni delle metro puoi acquistare i biglietti di viaggio. Questo è il principio per mezzo del quale questa immensa metropoli continua a funzionare senza difficoltà: si può comprare tutto e a qualsiasi orario, e sopratutto senza perdere tempo nelle file alle casse. Negli automatici si può comprare per esempio sia il té caldo che il té freddo. Per un palato europeo ci vorrà del tempo prima di abituarsi al té freddo senza zucchero, ma dopo sarà un’ottima possibilita per soddisfare la sete. All’inizio pensai che forse i giapponesi fossero lodevolmente meno dipendenti dallo zucchero di quanto lo siamo noi, ma come li spiegano poi tutti quei pasticcini stradolci americani che vendono nelle panipasticcerie?  A proposito di mangiare: Ancor più di quanto si possa realmente mangiare, a Tokyo si possono osservare tutti i tipi di cibi poiché nelle vetrine di ogni ristorante troviamo modelli in plastica delle pietanze a disposizione. Ancora una volta un modo pratico di pensare alla giapponese, eppure allo sguardo di cibi di plastica ammeto che l’acquolino in bocca non mi viene. Anche il procedimento di ordinazione nella maggior parte dei ristoranti è molto effettiva e automatizzata al massimo. Con l’ausilio dei modelli di plastica si sceglie ciò che si desidera mangiare,  si digita il numero corrispondente e paghi. Tutto in formato self service. Nel frangente l’ordine è già giunto al personale di cucina.  Basta poi andare al banco per ritirare. Molte pietanze destarono in noi sospetto visto che contenevano  animali marini bizzarri e per di più spesso vi era un uovo crudo che ci galleggiava attorno. Talvolta purtroppo capita di imbattersi nella sgradevole sorpresa del sapore da pesce là dove non lo ci si aspettava. Comunque ci sono tanti piatti interessantissimi da scoprire, come per esempio il Monyakaki, un tipo di frittelle con verdura e pesce. Ovviemente bisogna tenere conto che ho appena iniziato a scoprire il mondo culinario giapponese. Comunque gli Eiscrememochies al tè verde  rimangono finora i miei preferiti. Gli Eiscream giapponesi dimostrano che prodotti alimentari come la patata dolce o i fagioli non sono adatti solo come contorno a pranzo.

Simile ad un albero, anche Tokyo non si espande solo sopra ma anche sotto terra. Ritengo che in nessun altro luogo come nella metropolitana il carattere di una città e dei suoi abitanti si mostra intruso e all’acqua e sapone. La metropolitan tokyana al primo impatto sbalordisce ma poi subito è  straordinariamente facile cavarsela in questo garbuglio. Le statzioni di ogni linea sono numerate in modo da poter riconoscere in un battibaleno quante stazioni bisogna ancora percorrere prima di arrivare a destinazione. Nella maggior parte dei treni un segnale luminoso indica esattamente dove si trova il treno. Alcune stazioni di cambio sono clamorosamente grandi (una volta abbiamo percorso più di un chilometro a piedi solo all’interno di una stazione), ma sono sempre luminose, pulite e con segnaletica molto chiara, persino in alfabeto latino. Sebbene la metropolitana di Tokyo abbia il numero più elevato al mondo di passegeri, tutto funziona perfettamente come una macchina ben oleata. Ciò è anhe dovuto al fatto che i giapponesi nei mezzi pubblici hanno un coportamento riguardoso e gentile. Di tumulto, convesazioni ad alta vove o passeggeri che si imbattono l’uno con l’altro, finora non ne ho mai visto. Mi viene un po’ da ridacchiare quando penso a come ci venne insegnato a scuola nelle lezioni di inglese che i britannici da bravi si dispongono in fila alla fermata dell’autobus. Al giorno d’oggi in Inghilterra ciò non sembra più rappresentare il vero. In Tokyo invece è realtà. Qui le persone si mettono in fila sulle banchine delle stazioni in prossimità di dove le porte del treno giungeranno (Ciò viene chiaramente indicato da un’apposita segnaletica orizzontale). Tuttavia il fatto che non sempre tutto si svolge in modo gentile si deduce dal particolare che apparentemente è stato ritenuto necessario introdurre  vagoni extra “women only” su alcune linee nelle ore di punta.

Un simpatico intrattenimento durante il viaggio in metropolitan è offerto dai poster, i quali segnalano pericoli e il corretto comportamento da seguire, dal momento che per l’occhio straniero hanno veramente un aspetto sbalorditivamente grazioso. Non per niente il Giappone è famoso per i suoi fumetti. Il pensiero di fondo sembra essere: Se dobbiamo ammonire a non correre e a non importunare gli altri passeggeri allora facciamolo almeno usando un paio di figure di animaletti carini.

Da quando ho visto questo poster provo compassione per i treni.

E quegli avvertimenti contro i borseggiatori o le istruzioni per il comportamento in caso di terremoto non hanno un effetto meno minaccioso se vengono detti da personaggi simili a quelli dei cartoni animati con gli occhi a palla a foggia infantile? Devo ammettere che ci venne difficile prendere sul serio tali poster.

Senza alcun’ombra di dubbio il traffico locale di Tokyo funziona  incredibilmente liscio come l’olio, eppure è una vera noia il fatto che vi siano così tanti gestori, per i quali ogni tocca pagare extra. Già la metropolitana stessa viene gestita da due gestori diversi,  i quali si dividono la rete metropolitana. In modo da risparmiare abbiamo acquistato solo un biglietto giornaliero dei maggiori gestori e così dovettimo sempre prestare attenzione a non prendere per sbaglio le linee di altri gestori. Inoltre in Tokyo vi è anche un’ulteriore linea gestita dalla Japan Rail, simile alla S-Bahn di Berlino. Se si vuole cambiare dalla metropolitana alla S-Bahn bisogna pagare nuovamente. Ma ciò non è tutto, vi sono molte altre linee ferroviarie di gestori privati. Per esempio noi dovevamo fare affidamento ai treni gestiti dalla società Tokyu. Opportunamente i diversi gestori cooperano l’uno con l’altro in modo che per esempio la linea Fukutoshin della metropolitan a sera tardi quando giunge al suo capolinea Shibuya continua il viaggio appogiandosi alla linea della società Tokyu. Però allo stesso tempo poi il costo del viaggio diviene conseguentemente più caro. È certamente comodo poter utilizzare lo stesso biglietto elettronico presso i diversi operatori, tuttavia se non si presta attenzione ci si ritrova velocemente ad aver sborsato tanti soldi. Un “price cap” come a Londra a Tokyo probabilemete non ci sarà per via delle numerose compagnie ferroviarie presenti che gestiscono la rete.

Se Tokyo fosse una macchina allora sicuramente sarebbe un meccanismo di orologeria composto da centinaia di ruote dentate che canticchia fra sé e sé silenzioso e in maniera uniforme. Se c’è una cosa che puoi dire su questa città è: Tokyo funziona a meraviglia. Agile, ordinata e senza difficoltà. E se si ti tiene conto della immensa massa di gente che la popola, ciò la rende veramente ancor più notevole. Il simbolo ben noto di ciò è il crocevia di Shibuya, ove ogni qualvolta scatta il verde una fiumana di gente si versa sulla strada, una parapiglia frettolosa che formicola per poi lasciare nuovamente la strada libera al traffico automobilistico nel giro di un minuto. In modo che Tokyo funzioni, ciascuno si assume la propria responsabilità. A stento si riesce a trovare un cestino dei rifiuti pubblici? Bene allora significa che i Tokyani si portano la spazzatura a casa. L’essenziale è che la città rimanga pulita. Quando una volta ebbimo un problema con il biglietto alla transenna di ingresso di una stazione, a tal proposito immediatamente due persone addette si precipitarono in modo allarmato. A quanto ci parve, la loro più grande preoccupazione era che a causa nostra il traffico potesse subire un rallentamento. Eppure quella stazione era quasi deserta. Quando a Berlino vi sono lavori pubblici in corso presso una stazione della metropolitana o un marciapiede ci si può già considerare fortunati se ciò viene contrassegnato per mezzo di appositi nastri di cautela. A volte persino una semplice annotazione con una freccia che indica la strada la si considera qui un lusso superfluo. Ciò non vale per Tokyo, dove addirittura si retribuisce personale del quale mansione non è nient’altro che disporsi ad una distanza di circa cinque metri l’uno dall’altro e indicare il percorso  per mezzo di barrette luminose tenute in mano.

Per avere un’impressione delle contraddizioni di Tokyo, guardate il video nella parte 1: maschere e melodie

Oppure continua con parte 3: la gente

 

Tradotto da Domenico Stepbystepsalsa

scoprire Tokyo – parte 1: maschere e melodie

Fummo allora realmente a Tokyo o si trattò solo di un sogno variopinto e fugace di una notte colma di patema e languore? A quel tempo ci trovavamo in una fase di vita estremamente spossante che non permetteva nessuna interruzione o qualsivoglia forma di riflessione. Il volo per Tokyo lo avevamo acquistato solo due giorni prima e già non appena tornammo sorsero nuove preoccupazioni. È per questo che non mi arrogo la facoltà di poter descrivere realmente la città. Riesco solamente a riassumere alcune impressioni – sbalzatemi in maniera surreale e confusa in questa sola settimana.

 

La maschera chirurgica

Oh mio Dio, è per caso scoppiata un’epidemia? Certo che no; e di ciò ne fui già prima a conoscenza che in Giappone è assolutamente normale andare in giro in pubblico con la mascherina. Eppure non riesco a liberarmi da un pensiero opprimente. Le mascherine  annunciano al mio subconscio: Ospedale, emergenza, pericolo. Con ciò contribuiscono a trasmettermi un senso di estraneità maggiore di quanto facciano quei caratteri sparsi sui cartelli. “Pare di trovarmi dal dentista”, disse mister Calabria, quando in un ascensore un uomo “mascherato” stava al nostro fianco. A quanto pare i giapponesi portano le mascherine per evitare di contagiare il prossimo quanto si è raffreddati. Ma se realmente tutte queste persone “mascherate” fossero ammalate, ciò testimonierebbe l’inefficacia di questa misura se si considera che ve ne sono veremante tanti che vanno in giro con la mascherina. Probabilmente molti di loro portano la mascherina anche come misura di prevenzione.  Qui avere la mascherina sul viso è così naturale come portare gli occhiali; Non impedisce nessuno di ridere con gli amici o di tortoreggiare con il/la compagno/a.  Dalle nostre parti si penserebbe subito che costui sia fuggito dall’ospedale. Uno studio di scienziati scozzesi ha mostrato che gli asiatici interpretano la mimica dei loro interlocutori principalmente in base al contorno occhi, mentre gli europei attribuiscono molta importanza alla mimica della bocca. Ciò spiegherebbe perché per giapponesi la mascherina non rappresenti alcun fastidio nella  comunicazione, mentre per me, ogni qual volta che mi capitò di dover parlare con una persona con la mascherina, fu sempre come avere un muro fra me e la persona che mi stava difronte.

 

I tintinnii

Tokyo è la città dei tintinnii. Musiche, melodie e toni misteriosi accompagnano qui ogni passo e diffondono alla vita quotidiana una dimensione sognante. È come essere al cinema dove ogni scena banale del film viene caricata di significato ed emozione per mezzo della colonna sonora. Questo è anche uno dei motivi per cui Tokyo all’inizio appare surreale. Ciò che colpisce subito sono le melodie di partenza dei treni di molte stazioni della metropolitana e del treno JR. Al principio pensavo che tali melodie venissero suonate per evitare che i passeggeri perdessero la fermata. Una volta memorizzata la melodia della propria stazione, probabilmente in seguito si ha il medesimo sobbalzante effetto di come quando si sente chiamato il proprio nome. Ma per quanto bella fosse questa mia idea dovetti rendermi conto che mi ero sbagliata, poiché tali melodie servivano semplicemente a segnalare la partenza del treno. Ogni stazione ha una propria melodia, o talvolta anche due, per le diverse direzioni o linee. Le mie preferite sono le melodie melanconiche della stazione Kamata. Quando poi si prosegue il proprio cammino per i profondi e pietrosi labirinti di una stazione, a volte capita d’un tratto di sentire il cinquettio di uccellini o il suono del cucù. Suppongo si tratti di una sorta di codice per i non vedenti  poiché il cinquettio mi capitò di sentirlo solo sulle scale normali e il cucù su quelle mobili. Un gradevole effetto secondario è che questi suoni naturali  hanno sicuramente anche un esito rilassante sulla quotidiana “caccia” stressante dei metropolitani di questo mondo di cemento. Anche le melodie dei semafori sparsi per Tokyo si lasciano ispirare dai suoni della natura. Qui i semafori non emettono il classico toc toc neutrale come a Berlino. – No, qui cinquettano come un uccellino abbandonato alla ricerca della sua  mamma. (In alcuni casi si tratta anche di un richiamo del cucù). Questo tono è un sorta di accompagnatore a tal punto onnipresente in tutte le strade da diventare parte di questo Feeling tokyano. Però l’apice di questo mondo tokyano di toni è il fatto che qui di notte molte strade vengono inebriate di musiche da grandi altoparlanti. Su ciò ci sarà da dire di più in seguito. Al mio ritorno a Berlino il silenzio – specialmente nelle stazioni della metropolitana – divenne d’un tratto palbabile. Trovo benefico questo silenzio qui a Berlino. Qui riesco ad inabissarmi in me stessa, mentre in Tokyo il mondo esteriore attraverso le sue melodie e rumori si insinua ininterrottamente in me e stabilisce la cadenza dei  mei pensieri.  Ma allo stesso tempo questo scenario musicale è  cauto, mite e docile (In ogni modo questo no vale per la rumorosità del crocevia di Shibuya, ove tre schermi  giganti fanno girare i loro filmati pubblicitari. Ma del resto è proprio questo per cui il  crocevia di Shibuya è così famoso).

Qui potrai ascoltare alcuni melodie di Tokyo:

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Tradotto da: Domenico Stepbystepsalsa